La Rivista Italiana di Conflittologia - Culture, Actors and Interactions, accoglie studi e ricerche inerenti l’ampia tematica del conflitto, nelle sue tante declinazioni.

 

Il suo carattere è in questo senso multidisciplinare e si pone come uno strumento in grado di coagulare riflessioni, discussioni, sollecitazioni e provocazioni sul conflitto provenienti da prospettive scientifiche e culturali differenti, dalla filosofia alla sociologia, dalla psicologia alla pedagogia, dall’antropologia alla criminologia, dall’economia al diritto e alla politologia.

 

Il periodico, a cadenza quadrimestrale, è pubblicato sia online, che stampato, in tre numeri annuali. 

 

La Rivista Italiana di Conflittologia, dotata di comitato editoriale, prevede per ogni testo la valutazione di almeno due referee anonimi, esperti o studiosi dello specifico tema. Uno dei referee può essere scelto fra esperti stranieri.

 

La Rivista è accreditata dall’Associazione Italiana di Conflittologia e dall’ANVUR ed è, inoltre, iscritta nel catalogo delle riviste scientifiche ANCE Cineca - Miur

 

Perché una Rivista di Conflittologia? di Michele Lanna

 

Il nostro intento è dichiaratamente provocatorio ed intellettualmente goliardico.

 

Abbiamo deciso di pre-occuparci del conflitto, ma non abbiamo nessuna intenzione di risolverlo...

 

Ci è sembrato l'antidoto migliore per eludere le terribili, obnubilanti e condizionanti implicazioni che il conflitto porta con sé: il dolore, la sofferenza, la rabbia, l'angoscia, la frustrazione, l'impotenza...

 

Quando non è più possibile negare l'esistenza di un conflitto, diventa “prioritario” intervenire con finalità risolutiva, sulla sua dimensione osservabile, per cercare di arrestarne la dinamica.

 

Probabilmente, ciò accade perché il conflitto provoca in noi, sofferenza, rabbia, angoscia, frustrazione e, quindi, disagio, inquietudine; crea tensione e smarrimento, evoca un comportamento compulsivo, c'induce a fare qualcosa, a "mettere pace".

 

Crediamo, però, che questa sorta di “coazione a risolvere” il conflitto, in quanto necessitata, deformi la prospettiva ed impedisca di vedere cosa realmente accade nella dinamica conflittuale e, magari, perché accade.

 

Voler "risolvere” porta necessariamente a cristallizzare l'attenzione sulla soluzione o, nel migliore dei casi, sulla trasformazione del conflitto: comunque, sul “dopo”!

 

Noi vorremmo, invece, fare un passo “indietro”.

 

Del resto, se guardiamo alla storia dell'umanità, o più semplicemente alle nostre storie, ci accorgiamo che le situazioni conflittuali non hanno prodotto esclusivamente sofferenze e fratture relazionali; talvolta hanno segnalato disfunzioni, hanno indotto cambiamenti, ci hanno fatto crescere.

 

Ciò che unisce tutti coloro che hanno permesso la realizzazione di questo progetto e che contribuiscono a portarlo avanti, non è solo l'idea di costruire uno strumento in grado di coagulare riflessioni, discussioni, sollecitazioni e provocazioni sull'argomento, provenienti da approcci culturali differenti, ma anche l'ambizione di contribuire a modificare l'approccio al conflitto, di favorire un cambiamento di epistéme.

 

Una prospettiva agnostica, curiosa e che non accetti deleghe, sarebbe garanzia di distacco e, quindi, possibilità di approfondimento oltre che antidoto all'invadente dimensione etica del conflitto.

 

Il conflitto va considerato come forza positiva o come male? Caratterizza la vera natura della realtà, “ è madre di tutte le cose ” o, più semplicemente, è un accidente da superare in vista dell'armonia? E' il motore della società o un momento patologico dell'interazione? Probabilmente, il conflitto è tutte queste cose insieme.

 

La stessa ricostruzione etimologica del termine conflitto è del resto ambivalente. Se ricondotto al verbo confligo assume il significato di combattere, contrastare, percuotere, urtare, affliggere, abbattere (ma anche, accezioni sorprendentemente antitetiche come ”mescolare”, “far incontrare”).

 

Ogni cultura ha una propria rappresentazione del concetto di conflitto, cui dà un valore particolare e rispetto alla quale definisce la posizione da assumere. In fondo l', colui che appartiene al gruppo cui ci si contrappone, è qualcosa che sta prima di tutto nella nostra mente. Esistono, quindi, differenti modi di rappresentarsi la conflittualità e, di conseguenza, molteplici immagini dell'avversario, del nemico: in ogni visione del mondo vi è sempre una mappa dov'è collocato il proprio “impero del male”.

 

Per tutti questi motivi, e per tanti altri ancora, nella nostra prospettiva bisognerebbe abbandonare improbabili, quanto appaganti e rassicuranti definizioni ed avvicinarsi al conflitto con l'ausilio di molteplici “griglie di osservazione”, tutte necessariamente parziali e complementari.

 

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